Racconti da Casa Alber/4: 'voci da custodire', tre testimonianze dal territorio

La seconda parte del libro “Casa Alber. Un’esperienza profetica” di Maurizio Volpi è dedicata alle testimonianze. Sono 48 le persone che hanno consegnato i loro preziosi e a volte intimi ricordi, le loro memorie ed esperienze, la loro stima e affetto, la loro riconoscenza e le loro emozioni.
Si tratta di una trama di ricordi e di echi dal cuore racchiusi nell'espressione “Voci da custodire”. Ci sono quelle dei “figli” di Casa Alber, degli amici di Silvio e/o di Albertina, di insegnanti e sindaci, di giudici e volontari, di vicini e compaesani… Testimonianze che toccano le corde più intime del cuore di chi si mette in ascolto: non si potrà rimanere indifferenti davanti a persone che, a distanza anche di 60 anni, ricordano i coniugi Barbieri con così tanta commozione e riconoscenza.
Emerge con chiarezza, in sostanza, che chi li ha incontrati non li ha potuti più dimenticare. Oggi, nella penultima tappa del nostro percorso verso la prima serata di presentazione del libro (il 9 dicembre a Olginate), condividiamo proprio tre di queste testimonianze: sono quelle, nell'ordine, di Marco Passoni e don Matteo Gignoli, rispettivamente sindaco e parroco di Olginate, nonché di Mario Mozzanica, amico fraterno dei due coniugi con un passato, tra le altre cose, da docente universitario, componente privato del Tribunale dei Minorenni di Milano, consulente di enti operanti nell'ambito dei servizi alla persona e membro del CDA della Fondazione Comunitaria del Lecchese. 
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Marco Passoni

Il mio ricordo di Silvio Barbieri non è strettamente legato alla straordinaria esperienza della Casa Alber (perché negli anni ’80 ero troppo giovane), ed è legato solo in parte al mio ruolo di Sindaco. Ho potuto conoscerlo meglio grazie al mio lavoro di edicolante, che ho svolto per circa dieci anni fino al 2018. Quasi quotidianamente ho avuto la fortuna di confrontarmi con lui sui temi di attualità prendendo spunto dai titoli dei vari quotidiani e dell’”Avvenire” in particolare, giornale che acquistava quotidianamente. Devo ammettere che all’inizio ero un po’ prevenuto: da una persona che leggeva l’Avvenire mi aspettavo una chiusura a priori verso certi temi e certe politiche. Invece, ho scoperto un uomo certamente di fede, ma al contempo laico e al passo coi tempi, nonostante l’età. Di quelle brevi chiacchierate quotidiane ho apprezzato in particolare la capacità di mettersi in ascolto per capire come cambiavano i bisogni della nostra comunità, la capacità di non giudicare e di mettersi sempre nei panni dell’altro per capirlo meglio, l’entusiasmo e la fiducia di un ultraottantenne nel darmi consigli per continuare a costruire una comunità migliore, partendo sempre dalle giovani generazioni. La sua presenza quotidiana, il suo spirito aperto e il suo sguardo sempre rivolto al futuro mi hanno insegnato che costruire una comunità non significa solo amministrare o gestire, ma soprattutto ascoltare, comprendere e seminare fiducia. Di lui conservo la memoria di una gentilezza concreta e di una visione che non ha mai smesso di credere: credere in noi, nei giovani, nella forza dell’ascolto.
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Don Matteo Gignoli

L’immagine che immediatamente mi viene in mente quando penso a Silvio e Albertina è quella di loro due, novantenni, seduti l’uno accanto all’altra nel soggiorno, come due viaggiatori che al termine di un lungo viaggio si riposano e si raccontano tutto quello che hanno fatto. Il viaggio è stato lungo, quasi cent’anni per tutti e due. La costante della loro vita è che hanno vissuto insieme.
La fede in Dio ha aiutato Silvio e Albertina a prepararsi al momento della morte: non ne avevano paura. La fede aiuta a vedere il tempo che scorre come un dono da vivere in modo consapevole, giorno per giorno.
Nel 2019, Silvio mi ha consegnato una lettera chiedendomi di custodirla fino al momento della sua morte: era il suo “testamento spirituale”, l’ultimo scritto in cui voleva raccomandarsi a Dio e lasciare una buona parola a noi che continuiamo a camminare in questo tempo. La lettera l’abbiamo letta il giorno del suo funerale. La parola ricorrente nel suo scritto è la parola “grazie”: grazie a Dio per la vita, grazie a coloro che si sono occupati di lui e gli hanno trasmesso i valori che poi ha vissuto come uomo, grazie agli incontri con le personalità che lo hanno ispirato nelle scelte della vita, grazie ad Albertina e ai loro figli, grazie a tutti i ragazzi che sono stati ospitati nella loro Casa. Quando si arriva alla fine della vita e si dice la parola “grazie”, vuol dire che si è compreso in profondità la frase del Vangelo: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”.
Non so se io sarò capace di arrivare alla fine dei miei giorni con questa convinzione. Lasciandosi andare e consegnandosi fiduciosamente a Dio, senza paure, con la consapevolezza di essere accolti, perdonati e valorizzati per quello che si è fatto.
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Mario Mozzanica

Tra i molti ricordi, mi sono cari gli incontri negli ultimi anni di vita di Silvio. Mi commosse quando volle regalarmi le lettere che Giuseppe Lazzati gli aveva scritto, accompagnandolo nella stagione faticosa della sua giovinezza: credo sia stata e sia la comunicazione tra due Santi!
Avevo conosciuto Silvio negli ultimi anni dell’esperienza di Casa Alber: ero allora Responsabile dei Servizi Sociali al Comune di Lecco. Nacque un’amicizia profonda.
Quando nel 1991 diede le dimissioni da Giudice componente privato del Tribunale dei Minori di Milano, quasi a mia insaputa, concordò e propiziò con l’allora Presidente, la richiesta della mia nomina, come suo successore.
Quando, da docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Gesù, nella nuova Facoltà di Scienze della Formazione, gli accennai alla possibilità di elaborare una Tesi di Laurea sull’esperienza di Casa Alber, mi disse se ero fuori di testa. Ma alla fine accettò e seguì, da par suo, prima la Tesi di Maurizio Volpi (su Casa Alber, nel 2000) e poi quella del 2002 di Valeria Spreafico (sulla richiesta di affido e adozione per minori problematici attraverso appelli giornalistici sul settimanale “Il Resegone” e sul quotidiano “Avvenire”).
Silvio e Albertina sono e restano una testimonianza autentica dell’amore del prossimo. Silvio è un Santo della porta accanto. Sia, con Albertina, nella gioia e nella pace, in quella famiglia allargata, che, per chi crede, è la Chiesa dei Santi.
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