SCAFFALE LECCHESE/294: nella Lecco olimpica domina il canottaggio
In tutto sono stati 65 gli atleti lecchesi che hanno partecipato alle Olimpiadi. Si arriva a 68 con i tre in gara nei prossimi giorni nelle Invernali di Milano-Cortina.
Il primo fu Nino Castelli, nel 1920 ad Anversa in Belgio. Dopo di lui, Lecco dovrà aspettare quasi trent’anni per avere un proprio atleta ai Giochi olimpici. Castelli fu sciatore e canottiere dalla vita troppo breve: morì infatti nel 1927 a soli 28 anni per una pleurite. Iniziò come sciatore: «Nel 1913 – scrive Gianfranco Scotti nel Dizionario illustrato di Lecco - a soli quindici anni, vince il campionato lombardo di sci, uno sport a quel tempo pionieristico. (…) Nel 1915 conquista ai Piani Resinelli il titolo di campione d’Italia di sci. Negli stessi anni si dedica al canottaggio. Disciplina nella quale darà il meglio di sé, cogliendo i massimi allori.»
Ed è infatti come canottiere che partecipò alle Olimpiadi di Anversa, ma arrivando solo secondo nelle batterie di eliminazione, alle spalle di un inglese, e quindi costretto a tornarsene a casa anzitempo. Erano le Olimpiadi immediatamente dopo il macello della Prima guerra mondiale, alla quale Castelli aveva tra l’altro partecipato come volontario: le sue lettere dal fronte sono state pubblicate tra il 1979 e il 1981 dalla rivista storica “Archivi di Lecco”. All’indomani della morte, inoltre, la Società escursionisti lecchesi gli intitolò il rifugio costruito nel 1925 ai Piani di Artavaggio.

A raccontarci i lecchesi alle Olimpiadi è ora Gianni Menicatti, una professione nelle ricerche economiche e una grande passione sportiva (alle spalle ha già il ponderoso “Sport lecchese: 100 anni di eventi, personaggi e risultati” del 2024, e, con altri autori, “Tutto il Lecco partita per partita: cento anni di calcio bluceleste” del 2018). Da poco ha pubblicato: “Lecco olimpica: 1920-2026. La storia degli atleti del territorio lecchese” (stampa Grafiche Colombo, 1925) ed è un’opera che colma indubbiamente una lacuna nella bibliografia sportiva del nostro territorio.
E’ una ricostruzione accurata da leggere come una lunga avventura. Per quanto cominciata con molto ritardo. Dei primi Giochi (Atene, 1886) «e pure di quelli successivi – scrive l’autore - la grande maggioranza dei lecchesi non era ancora a conoscenza». L’attività sportiva era qualcosa di esotico: «Lo sport nel senso moderno della parola non esisteva affatto» annotava il giornalista e avvocato Arnaldo Ruggiero. Del resto – come avrebbe sottolineato l’ex direttore dei musei cittadini Gianluigi Daccò - «lo sport era relegato al gioco delle bocce, alle gite in montagna e in barca e ai pochi ciclisti, rari e malvisti; occupati com’erano a lavorare 12 ore al giorno, i lecchesi di allora non avevano molto tempo per pensare ad altro.» E anche la Canottieri, nata l’1 ottobre1895 – chiosa Menicatti – e diventata poi la società sportiva spina dorsale del sistema lecchese, «era ancora in fasce».
Perciò, con l’eccezione appunto «della fugace presenza nel 1920 di Nino Castelli – prosegue Menicatti – lo sport lecchese “incontra” i Giochi Olimpici solo nel 1948. (…) Un esordio ritardato, ma di grande rilievo per numero di atleti in maglia azzurra (sei i lecchesi) e per la medaglia d’oro conquistata dall’equipaggio dei “quattro senza” della Canottieri Moto Guzzi di Mandello nel bacino inglese di Henley, lo storico campo di regata del canottaggio britannico difficilmente espugnabile.»
Una pagina gloriosa. Di quell’impresa, il capovoga Giuseppe Moioli avrebbe raccontato in un’intervista: «Volevamo assolutamente vincere, perché si gareggiava nelle acque del Tamigi, a Henley, un luogo mitico, che era stato la culla del canottaggio, una vera e propria università del remo, il teatro dei famosi duelli tra Oxford e Cambridge. La gara? Una formalità. Noi eravamo troppo forti.»
“Noi” significa Moioli, Elio Morille, Giovanni Invernizzi e Franco Faggi. Esordio olimpico o “ritorno” che fosse, i “nostri” si portarono già a casa la prima medaglia d’oro. Al ritorno a Mandello ricevettero quale premio una motocicletta.
Tra l’altro, proprio le Olimpiadi testimoniano come lo sport “a cinque cerchi" per antonomasia dei lecchesi sia stato proprio il canottaggio: su 114 partecipazioni, infatti, la metà esatta e cioè 57 ha riguardato i canottieri. In prima linea proprio i mandellesi della “Guzzi”. Tra il canottaggio e le altre specialità c’è un abisso. La canoa, la disciplina di Antonio Rossi, l’altro sport da “laghée”, fa registrare 7 partecipazioni complessive, a pari merito con lo sci di fondo. Fa meglio il ciclismo con 10. L’atletica leggera è a quota 6 e precede la vela (4) e lo sci alpino (3). E poi, con due partecipazioni, ci sono equitazione, ginnastica, nuoto, canoa paralimpica, canottaggio paralimpico, sci alpino paralimpico. A chiudere, con una sola, basket, calcio, pugilato, scherma, bob, sci di fondo paralimpico, biathlon paralimpico, arrampicata sportiva. In alcuni casi, tra l’altro, si tratta di andare indietro negli anni per trovarne traccia. In altri, le discipline sono di più recente introduzione: per esempio l’arrampicata sportiva, diventata olimpica soltanto nel 2021 a Tokio. Già tre anni dopo, a Parigi, gareggiava la nostra Beatrice Colli. Vedremo in futuro, se anche il mondo della montagna lecchese avrà i suoi atleti olimpici. In attesa, i “Ragni” hanno portato la fiaccola in vetta alla Grignetta.

Nel 1886, si ricorderà, le discipline sportive erano soltanto nove. Poi nel corso del tempo sono andate aumentando e oggi sfiorano la quarantina. Ai Giochi estivi si aggiunsero quelli invernali e in seguito la Paralimpiadi riservate ai disabili, ormai ufficialmente abbinate alla manifestazione “storica”.
L’occasione del libro è stata data dallo svolgimento dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026, inaugurate venerdì a Milano, salutate anche dalla grande folla di lecchesi che la domenica precedente ha accolto il passaggio della fiamma olimpica dal Lecchese.

E’ dunque «un’occasione – dice Menicatti -per fare un tuffo nei ricordi. (…) Il racconto intende risvegliare la memoria di molti appassionati che, nonostante lo scorrere del tempo, non hanno dimenticato lo spirito olimpico e il suo grande messaggio di fratellanza e di bellezza, di fatica, di vittorie e sconfitte. Diversi atleti lecchesi sono ancora in attività o hanno lasciato le gare da poco tempo. Altri, e non sono pochi, sono usciti di scena ormai da tempo, altri ancora sono deceduti e spesso dimenticati.»
Menicatti ci accompagna in oltre cent’anni di Giochi, dal 1920 (la volta di Nino Castelli) al 2026. Al racconto sportivo, alle statistiche ai numeri, nelle sue pagine si aggiungono anche curiosità che nel corso del tempo erano andate scolorendosi.
Naturalmente, in questa sede, non possiamo stargli appresso edizione per edizione. Di Castelli si è detto, come si è detto del 1948 a Londra con l’exploit dei canottieri mandellesi. Ma quell’anno a Londra c’erano anche la centometrista Liliana Tagliaferri e il ginnasta della “Ghislanzoni” Fabio Bonacina. Non solo atleti.

Oltremanica si trovava anche un altro mandellese, Angelo Alippi: era l’allenatore della squadra azzurra di canottaggio. In tribuna, invece, un giornalista lecchese già di lungo corso, quell’Arnaldo Ruggiero, per decenni indiscusso cantore del canottaggio bluceleste, allora corrispondente per “Tuttosport”. Ruggiero avrebbe seguito anche le Olimpiadi di Roma del 1960, quando, accanto a lui che aveva già raggiunto i 70 anni, venne a trovarsi il poco più che trentenne Aronne Anghileri, galbiatese di nascita e per tanti anni firma della “Gazzetta dello Sport”. Anghileri, esperto di nuoto, avrebbe poi seguito altre sette Olimpiadi, un curriculum forse insuperabile. Negli anni Duemila, ai giornalisti “olimpici” del Lecchese si sarebbe aggiunto il nome del brianzolo Gabriele Cattaneo. Ciò, per dire che nel libro si indugia anche dietro le quinte. In cucina, per esempio: se Walter Finardi di Cassina Valsassina è stato per cinque edizioni cuoco della rappresentativa azzurra di sci, il celebre varennese Enrico Derflingher, in precedenza alla Corte britannica, ha firmato le cene ufficiali di apertura dei Giochi di Pechino nel 2008 e di Londra nel 2012. Ed è valsassinese la prima italiana a ricoprire il ruolo di giudice in un’Olimpiade: si tratta della barziese Anna Rosa, in Corea per i Giochi Invernali del 2018.
Un capitoletto è anche dedicato a quegli atleti che il sogno olimpico lo hanno solo coltivato arrivando vicini a realizzarlo. Sembra quasi di riconoscere loro una gloria mancata per un soffio ed è giusto farne i nomi: i canottieri Nilo De Battista, Abramo Castagna, Erio Bettega, Nicolò Simone, Francesco Lazzari, Ellerio Borgnolo, Marco De Battista; la mezzofondista Guglielmina Tocchetti, il fondista Andrea Massironi, il velocista Edo Maccacaro (che in verità scelse egli stesso di non partecipare), la saltatrice in alto Alessandra Dettamanti. C’è poi, il ginnasta Lorenzo Bonicelli che nel 2024 sfiorò la partecipazione ai Giochi di Parigi; poi, lo scorso anno, il gravissimo infortunio alle Universiadi.
Dei 65 lecchesi in gara fino al 2024, i più presenti sono stati lo sciatore Gianfranco Polvara, la ciclista Roberta Bonanomi e il canoista Antonio Rossi con cinque Olimpiadi ciascuno; con quattro ci sono i canottieri Giuseppe Moioli, Romano Sgheiz e Carlo Mornati; con tre i canottieri Ivo Stefanoni, Giovanni Zucchi, Alfio Peraboni, Franco Zucchi, Carlo Gaddi, Niccolò Mornati e Daniele Stefanoni. Sono 19 quelli che hanno indossato una medaglia: complessivamente 31: quattordici d’oro, quattro d’argento e tredici di bronzo. I più medagliati sono Antonio Rossi e il ciclista paralampico Fabio Triboli con cinque riconoscimenti. Ma Rossi è la star assoluta con tre ori. Solo uno invece per Triboli; con lui, Romano Sgheiz, Ivo Stefanoni, Franco Trincavelli, Piero Poli, Francon Faggi, Giuseppe Invernizzi, Giuseppe Moioli, Elio Morille, Angelo Vanzin e Albert Winkler.
Tra gli atleti, Menicatti ci indica anche lecchesi di “passaggio” e cioè che per un certo periodo hanno abitato nel Lecchese o gareggiato per squadre lecchesi: è stata per qualche anno a Valgreghentino la pallavolista tre volte olimpica Myriam Silla, mentre la marciatrice cabiatese Anna Eleonora Giorgi ha indossato i colori dell’Atletica Icam. Ma anche il legnanese Ottavio Cogliati e il vicentino Antonio Bailetti erano tesserati per il gruppo sportivo Cademartori, espressione dell’importate impresa casearia di Introbio. E poi ci sono quelli che lecchesi lo sono diventati dopo le Olimpiadi: il canottiere veneziano Luciano Negrini, il ciclista bergamasco Giacomo Fornoni, il ginnasta monzese Matteo Angioletti, il marciatore padovano Alighiero Guglielmi. Senza dimenticare nemmeno Josè Nasazzi, uruguaiano ma discendente da una famiglia originaria di Esino Lario trasferitasi alla fine dell’Ottocento a Montevideo.
Si aggiungono casi che chiamano in causa il Lecchese per le più diverse circostanze.: per esempio, «agli inizi degli anni ’50 lo Sci club Bormio – in difficoltà economiche e non in grado di sostenere l’attività agonistica dei suoi tesserati – concorda con il Gruppo sportivo Moto Guzzi il trasferimento dei suoi migliori atleti sulle rive del lago a Mandello Lario. Fra questi due fratelli, Severino e Ottavio Compagnoni, originari della Valfurva»
Una strizzata d’occhio anche al campanilismo: il Comune lecchese più “olimpico” è stato Mandello con 50 presenze, seguito da Lecco con 20. Tutti gli altri soni sotto le 10: Colico con 7, Barzio con 6 e via scendendo. I Giochi con la più alta rappresentanza di atleti lecchesi furono quelli di Roma nel 1960 (10), seguiti da Melbourne e Pechino (9).
Qualche ritaglio di giornale, infine, ci riporta ad alcuni momenti magici, soprattutto la gloria del canoista Antonio Rossi negli anni a cavallo tra i Novanta e il primo decennio del Duemila, in particolare l’apoteosi di Atlanta del 1996. A proposito della quale leggiamo in una pubblicazione del 2016: «In finale sui 500 metri, non proprio la sua specialità, Antonio confonde la sagoma di una barca televisiva americana con quella di un avversario diretto, ingaggia un duello immaginario spinto proprio dall’ombra misteriosa che gli sta davanti e anche per quello tira il collo a tutti, temendo sia un avversario pronto a superarlo che lui non vede bene perché inserito in corsia esterna. Può permettersi di rallentare nel finale e alzare la braccia sul traguardo. La gara in realtà termina dopo poche pagaiate.» Quello che lo storico direttore della “Gazzetta dello sport” Candido Cannavò definiva “il bell’Antonio” diventava un vero e proprio idolo. Lo stesso Cannavò, sempre per Atlanta, scrisse: «E’ l’taliano più italiano di queste Olimpiadi, Il nome, il cognome, quel fisico e quella faccia da stadio dei marmi. Il Tomba della canoa. E come il Tomba delle grandi giornate, lui ha creato nel placido lago un’onda tra sé e gli avversari. Gara trionfale. Correnti femminili attribuiscono a Rossi addirittura maggior simpatia a prima vista dell’Alberto nazionale. Affidiamo la controversia ai posteri. Oggi conta che questo bell’esemplare nostrano, nato a Lecco, è l’italiano più medagliato di Atlanta. Si porta a casa due ori, oltre che una scia di ammirazione. Giustamente l’hanno scelto come portabandiera per la cerimonia di chiusura.»
“Lecco olimpica” è andato in stampa quando probabilmente non c’erano ancora i nomi dei tre lecchesi convocati per Milano-Cortina (Alessia Gatti, Tommaso Sala e Asja Zenere), ma l’autore non rinuncia a darci qualche ragguaglio sui Giochi di questi giorni: «Dopo vent’anni le Olimpiadi Invernali tornano nella Alpi, ancora sul versante italiano. Da Torino 2006 a Milano-Cortina 2026, coinvolgendo anche l’Alta Valtellina (Bormio e Livigno) e il Trentino-Alto Adige (Anterselva, Predazzo e Tesero)… La crescente attenzione ai valori ambientali e alla sostenibilità economico-finanziaria – mettendo in primo piano l’utilizzo di impianti già esistenti e sfruttando know how ormai acquisiti – ha orientato il Cio a sperimentare, in occasione dei Giochi di Milano-Cortina, un modello diffuso reso possibile coinvolgendo un territorio mai così ampio: una scelta che rappresenta una vera novità nella storia olimpica. Un modello che sarà fondamentale per le edizioni future e che verrà applicato anche nella prossima, quella nelle Alpi francesi nel 2030.»



A raccontarci i lecchesi alle Olimpiadi è ora Gianni Menicatti, una professione nelle ricerche economiche e una grande passione sportiva (alle spalle ha già il ponderoso “Sport lecchese: 100 anni di eventi, personaggi e risultati” del 2024, e, con altri autori, “Tutto il Lecco partita per partita: cento anni di calcio bluceleste” del 2018). Da poco ha pubblicato: “Lecco olimpica: 1920-2026. La storia degli atleti del territorio lecchese” (stampa Grafiche Colombo, 1925) ed è un’opera che colma indubbiamente una lacuna nella bibliografia sportiva del nostro territorio.

Perciò, con l’eccezione appunto «della fugace presenza nel 1920 di Nino Castelli – prosegue Menicatti – lo sport lecchese “incontra” i Giochi Olimpici solo nel 1948. (…) Un esordio ritardato, ma di grande rilievo per numero di atleti in maglia azzurra (sei i lecchesi) e per la medaglia d’oro conquistata dall’equipaggio dei “quattro senza” della Canottieri Moto Guzzi di Mandello nel bacino inglese di Henley, lo storico campo di regata del canottaggio britannico difficilmente espugnabile.»


Tra l’altro, proprio le Olimpiadi testimoniano come lo sport “a cinque cerchi" per antonomasia dei lecchesi sia stato proprio il canottaggio: su 114 partecipazioni, infatti, la metà esatta e cioè 57 ha riguardato i canottieri. In prima linea proprio i mandellesi della “Guzzi”. Tra il canottaggio e le altre specialità c’è un abisso. La canoa, la disciplina di Antonio Rossi, l’altro sport da “laghée”, fa registrare 7 partecipazioni complessive, a pari merito con lo sci di fondo. Fa meglio il ciclismo con 10. L’atletica leggera è a quota 6 e precede la vela (4) e lo sci alpino (3). E poi, con due partecipazioni, ci sono equitazione, ginnastica, nuoto, canoa paralimpica, canottaggio paralimpico, sci alpino paralimpico. A chiudere, con una sola, basket, calcio, pugilato, scherma, bob, sci di fondo paralimpico, biathlon paralimpico, arrampicata sportiva. In alcuni casi, tra l’altro, si tratta di andare indietro negli anni per trovarne traccia. In altri, le discipline sono di più recente introduzione: per esempio l’arrampicata sportiva, diventata olimpica soltanto nel 2021 a Tokio. Già tre anni dopo, a Parigi, gareggiava la nostra Beatrice Colli. Vedremo in futuro, se anche il mondo della montagna lecchese avrà i suoi atleti olimpici. In attesa, i “Ragni” hanno portato la fiaccola in vetta alla Grignetta.

Nel 1886, si ricorderà, le discipline sportive erano soltanto nove. Poi nel corso del tempo sono andate aumentando e oggi sfiorano la quarantina. Ai Giochi estivi si aggiunsero quelli invernali e in seguito la Paralimpiadi riservate ai disabili, ormai ufficialmente abbinate alla manifestazione “storica”.
L’occasione del libro è stata data dallo svolgimento dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026, inaugurate venerdì a Milano, salutate anche dalla grande folla di lecchesi che la domenica precedente ha accolto il passaggio della fiamma olimpica dal Lecchese.

E’ dunque «un’occasione – dice Menicatti -per fare un tuffo nei ricordi. (…) Il racconto intende risvegliare la memoria di molti appassionati che, nonostante lo scorrere del tempo, non hanno dimenticato lo spirito olimpico e il suo grande messaggio di fratellanza e di bellezza, di fatica, di vittorie e sconfitte. Diversi atleti lecchesi sono ancora in attività o hanno lasciato le gare da poco tempo. Altri, e non sono pochi, sono usciti di scena ormai da tempo, altri ancora sono deceduti e spesso dimenticati.»
Menicatti ci accompagna in oltre cent’anni di Giochi, dal 1920 (la volta di Nino Castelli) al 2026. Al racconto sportivo, alle statistiche ai numeri, nelle sue pagine si aggiungono anche curiosità che nel corso del tempo erano andate scolorendosi.
Naturalmente, in questa sede, non possiamo stargli appresso edizione per edizione. Di Castelli si è detto, come si è detto del 1948 a Londra con l’exploit dei canottieri mandellesi. Ma quell’anno a Londra c’erano anche la centometrista Liliana Tagliaferri e il ginnasta della “Ghislanzoni” Fabio Bonacina. Non solo atleti.

Oltremanica si trovava anche un altro mandellese, Angelo Alippi: era l’allenatore della squadra azzurra di canottaggio. In tribuna, invece, un giornalista lecchese già di lungo corso, quell’Arnaldo Ruggiero, per decenni indiscusso cantore del canottaggio bluceleste, allora corrispondente per “Tuttosport”. Ruggiero avrebbe seguito anche le Olimpiadi di Roma del 1960, quando, accanto a lui che aveva già raggiunto i 70 anni, venne a trovarsi il poco più che trentenne Aronne Anghileri, galbiatese di nascita e per tanti anni firma della “Gazzetta dello Sport”. Anghileri, esperto di nuoto, avrebbe poi seguito altre sette Olimpiadi, un curriculum forse insuperabile. Negli anni Duemila, ai giornalisti “olimpici” del Lecchese si sarebbe aggiunto il nome del brianzolo Gabriele Cattaneo. Ciò, per dire che nel libro si indugia anche dietro le quinte. In cucina, per esempio: se Walter Finardi di Cassina Valsassina è stato per cinque edizioni cuoco della rappresentativa azzurra di sci, il celebre varennese Enrico Derflingher, in precedenza alla Corte britannica, ha firmato le cene ufficiali di apertura dei Giochi di Pechino nel 2008 e di Londra nel 2012. Ed è valsassinese la prima italiana a ricoprire il ruolo di giudice in un’Olimpiade: si tratta della barziese Anna Rosa, in Corea per i Giochi Invernali del 2018.
Un capitoletto è anche dedicato a quegli atleti che il sogno olimpico lo hanno solo coltivato arrivando vicini a realizzarlo. Sembra quasi di riconoscere loro una gloria mancata per un soffio ed è giusto farne i nomi: i canottieri Nilo De Battista, Abramo Castagna, Erio Bettega, Nicolò Simone, Francesco Lazzari, Ellerio Borgnolo, Marco De Battista; la mezzofondista Guglielmina Tocchetti, il fondista Andrea Massironi, il velocista Edo Maccacaro (che in verità scelse egli stesso di non partecipare), la saltatrice in alto Alessandra Dettamanti. C’è poi, il ginnasta Lorenzo Bonicelli che nel 2024 sfiorò la partecipazione ai Giochi di Parigi; poi, lo scorso anno, il gravissimo infortunio alle Universiadi.

Tra gli atleti, Menicatti ci indica anche lecchesi di “passaggio” e cioè che per un certo periodo hanno abitato nel Lecchese o gareggiato per squadre lecchesi: è stata per qualche anno a Valgreghentino la pallavolista tre volte olimpica Myriam Silla, mentre la marciatrice cabiatese Anna Eleonora Giorgi ha indossato i colori dell’Atletica Icam. Ma anche il legnanese Ottavio Cogliati e il vicentino Antonio Bailetti erano tesserati per il gruppo sportivo Cademartori, espressione dell’importate impresa casearia di Introbio. E poi ci sono quelli che lecchesi lo sono diventati dopo le Olimpiadi: il canottiere veneziano Luciano Negrini, il ciclista bergamasco Giacomo Fornoni, il ginnasta monzese Matteo Angioletti, il marciatore padovano Alighiero Guglielmi. Senza dimenticare nemmeno Josè Nasazzi, uruguaiano ma discendente da una famiglia originaria di Esino Lario trasferitasi alla fine dell’Ottocento a Montevideo.
Si aggiungono casi che chiamano in causa il Lecchese per le più diverse circostanze.: per esempio, «agli inizi degli anni ’50 lo Sci club Bormio – in difficoltà economiche e non in grado di sostenere l’attività agonistica dei suoi tesserati – concorda con il Gruppo sportivo Moto Guzzi il trasferimento dei suoi migliori atleti sulle rive del lago a Mandello Lario. Fra questi due fratelli, Severino e Ottavio Compagnoni, originari della Valfurva»
Una strizzata d’occhio anche al campanilismo: il Comune lecchese più “olimpico” è stato Mandello con 50 presenze, seguito da Lecco con 20. Tutti gli altri soni sotto le 10: Colico con 7, Barzio con 6 e via scendendo. I Giochi con la più alta rappresentanza di atleti lecchesi furono quelli di Roma nel 1960 (10), seguiti da Melbourne e Pechino (9).

“Lecco olimpica” è andato in stampa quando probabilmente non c’erano ancora i nomi dei tre lecchesi convocati per Milano-Cortina (Alessia Gatti, Tommaso Sala e Asja Zenere), ma l’autore non rinuncia a darci qualche ragguaglio sui Giochi di questi giorni: «Dopo vent’anni le Olimpiadi Invernali tornano nella Alpi, ancora sul versante italiano. Da Torino 2006 a Milano-Cortina 2026, coinvolgendo anche l’Alta Valtellina (Bormio e Livigno) e il Trentino-Alto Adige (Anterselva, Predazzo e Tesero)… La crescente attenzione ai valori ambientali e alla sostenibilità economico-finanziaria – mettendo in primo piano l’utilizzo di impianti già esistenti e sfruttando know how ormai acquisiti – ha orientato il Cio a sperimentare, in occasione dei Giochi di Milano-Cortina, un modello diffuso reso possibile coinvolgendo un territorio mai così ampio: una scelta che rappresenta una vera novità nella storia olimpica. Un modello che sarà fondamentale per le edizioni future e che verrà applicato anche nella prossima, quella nelle Alpi francesi nel 2030.»
Dario Cercek




















